Richard Jewell, l’ultimo “gioiello” del regista Clint Eastwood.

E’ il 27 luglio 1996. Le XXVI Olimpiadi di Atlanta (19 luglio – 4 agosto) sono entrate nel vivo. Campioni di ogni disciplina sportiva e nazione si contendono record e medaglie. A cornice dell’evento, si tengono concerti di ogni genere. La gente balla la Macarena, si diverte e fa il tifo per i propri beniamini. Televisioni e giornali sgomitano per raccogliere lo scoop del giorno. Quella è la notte, però, anche di un attentato, che nessuno riesce ad evitare. Il nuovo film di Clint Eastwood, Richard Jewell, ricostruisce i momenti della tragedia e gli eventi delle settimane successive, che hanno costituito l’incubo personale di colui che ha cercato di sventare il dramma.

Il poster del film

La “realtà” della trama assieme a quella dei fatti. [SPOILER ALERT!]

Un dinamitardo, tempo dopo si saprà che il suo nome è Eric Rudolph, posiziona una bomba al Centennial Olympic Park, dove Richard Jewell (Paul Walter Hauser), dipendente della AT&T, attende alla sicurezza della torre, eretta a quartier generale dei media. Il suo compito è quello di sorvegliare gli impianti stereo di radio e televisioni. Si sente frustrato, perché il suo desiderio è, invece, da sempre, quello di proteggere le persone.

Grazie ad un passato nelle forze dell’ordine, da cui è allontanato per abuso di potere, ed una lunga esperienza da cacciatore, Jewell ha sempre il controllo assoluto dell’area in cui si trova. Osserva ogni dettaglio o movimento sospetto in modo maniacale e percepisce ogni rumore inusuale. Quella sera è il suo intuito a fargli notare uno zaino verde militare abbandonato sotto ad una panchina ai piedi della torre. Lo identifica subito come un “pacco” sospetto. Allerta gli artificieri, che confermano l’effettiva presenza di una bomba.

Da una scena del film, gli artificieri hanno appena confermato la presenza di una bomba. Richard Jewell crea, con l’aiuto dei colleghi, un cordone di sicurezza a protezione della folla presente al concerto di Jack Mack and the Heart Attack.

Una telefonata anonima giunge al 911. Una voce ammonisce, “Avete trenta minuti”. La sicurezza cerca affannosamente di disperdere la folla e creare un cordone di sicurezza di trenta metri. Jewell conosce la procedura a menadito. E’ lui a suggerire il da farsi. Quando l’ordigno esplode, è il caos. Una donna, Alice Hawthorne, e un cameraman turco perdono la vita. 111 persone rimangono ferite, raggiunte da una scarica di chiodi, contenuto della bomba. Jewell non riporta un graffio, ma non sa che le conseguenze di quanto appena accaduto devasteranno la sua vita di lì a poco.

In poche ore, infatti, Richard Jewell passa dall’essere un individuo, che vive nell’anonimato della casa della madre Barbara “Bobi” (Kathy Bates), a diventare l’eroe di quella notte. Il giorno successivo, improvvisamente, è additato come il principale sospettato della strage. Ogni indizio, testimonianza ed accusa, rivelatasi poi falsa ed infondata, porta a lui. L’FBI vuole chiudere il caso in tempi brevi e trovare il (o meglio un) colpevole. Jewell è il loro capro espiatorio, la vittima designata a ricoprire tale ruolo.

Da sinistra, Paul Walter Hauser, l’attore che interpreta il vero Richard Jewell, intento a rispondere alle domande del poligrafo. Photo credit sconosciuto.

La notizia delle accuse esce sull’Atlanta Journal – Constitution. La giornalista investigativa Kathy Scrugg (Olivia Wilde) lo sbatte in prima pagina. Gli articoli si susseguono e uno ad uno demoliscono la figura e la dignità dell’uomo. Jewell è sottoposto ad un processo mediatico, che rovina la sua esistenza. Solo dopo ottantotto giorni da incubo, l’indagine a giurisdizione federale dimostra di essere a un punto morto. L’FBI lo scagiona a malincuore. La stampa non riabilita l’immagine e il nome dell’uomo, la cui vita è segnata da una immeritata vergogna. Morirà per infarto a soli 44 anni nel 2007 e non solo per il cibo da fast food, che ingolla voracemente come lo accusa la madre di fare.

La recensione

Clint Eastwood dirige questo dramma biografico con l’intento di restituire dignità ad un uomo, già provato dalla vita. Richard Jewell, omone obeso, timido e riservato, psicologicamente e sessualmente represso, esageratamente rispettoso delle regole e dell’autorità, considerato un fallito agli occhi della società, finisce per dare sui nervi allo spettatore, che vuole fare il tifo per lui ed da cui esige una reazione a difesa della propria reputazione.

Il film inizia con una lunga serie di sequenze dedicata a presentare e spiegare il protagonista. Eastowood ne rivela  pregi e difetti. Focalizza sull’andatura dell’uomo, sul suo viso, che riempie l’inquadratura, su quei baffetti biondi un po’ inquietanti, gli occhi da buono, il vestiario sempre dimesso e quella sua calma snervante. Questo ritratto dettagliato induce lo spettatore a non dubitare un attimo della sua innocenza, proprio perché è consapevole di come quest’uomo sia, nel bene e nel male. E’ un rammollito, ma non è malvagio. L’attore Paul Walter Hauser sa di dover indossare i panni di un individuo, la cui immagine è controversa. La sua interpretazione è efficace, perché sa innescare empatia in un pubblico, che fa fatica ad identificarsi con lui. Hauser crea una giusta distanza tra pubblico e personaggio senza per questo renderlo antipatico. Sussiste onestà di rappresentazione.

Il primo piano di un magnifico Paul Walter Hauser nel ruolo di Richard Jewell in una scena del film.

I fatti, che innescano il linciaggio mediatico dell’uomo, ci sono tutti, ma Eastwood ricostruisce la storia facendo di loro un semplice corollario. Si concentra, invece, sui rapporti umani, che consentono a Jewell di sopportare l’infamante accuse di essere un terrorista. E’ la madre Bobi, la sua roccia. La donna, apprensiva e perennemente preoccupata per il figlio, è orgogliosa di lui. Interpretata da una Kathy Bates sublime, il volto dell’attrice, in corsa per l’Oscar come Miglior Attrice non Protagonista per questo film, è scrutata da intensi primi piani. L’obiettivo della telecamera esita sulle sue lacrime disperate, quando, in conferenza stampa, assediata dai fotografi, implora, prima il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e poi la stampa, di riabilitare il nome di Richard. Tra i flash delle macchine fotografiche ed il silenzio assordante dei giornalisti colmi di sensi di colpa, l’impercettibile zoom in avvicina lo spettatore alla smorfia di dolore della donna. Il suo viso, quasi inghiottito da una sovrastante schiera di microfoni, fa da specchio alle sue parole, che tuonano una giustificata richiesta di aiuto.

Barbara “Bobi” Jewell (Kathy Bates), madre di Richard, mentre durante la sequenza della conferenza stampa implora il Presidente Bill Clinton di por fine alla gogna mediatica di cui suo figlio è vittima.

L’altro alleato di Jewell è l’amico/avvocato Watson Bryant (Sam Rockwell), divoratore seriale di Snickers, che conosce il suo assistito da una vita. Bryant lo chiama “radar”, “come quello di M.A.S.H.” per le sue doti di attento osservatore. In questo soprannome, l’avvocato racchiude l’essenza rigorosa di Richard. Il loro è un rapporto nato dieci anni prima. Si basa sulla fiducia, sulla stima e sulla condivisa passione per i videogiochi. La sequenza in cui i due giocano a Turkey Shoot in una sala giochi sembra banale, ma, in realtà, Eastwood cementa così le basi di un rapporto destinato a rimanere forte. Dieci anni più tardi, infatti, quando Jewell è in balia della trappola escogitata dai federali per incriminarlo, chiama Bryant. Intanto, i titoli dei giornali definiscono l’uomo come un “falso eroe” in cerca di quindici minuti di notorietà. Consapevole di essere di fronte ad un delitto capitale, l’avvocato, da uomo schietto quale è, non usa mezzi termini. “Vogliono friggerti”, dice a Richard. Per un uomo che ingurgita costantemente junk food, significa essere diventato “carne da macello.” Sam Rockwell recita una parte difficile e forse per questo, a tratti, la sua interpretazione risulta opaca. Inizialmente, Leonardo DiCaprio avrebbe dovuto interpretare la parte dall’avvocato.

Da sinistra, in una scena del film, Watson Bryant (Sam Rockwell) rincuora il suo assistito, che ha appena saputo di essere stato scagionato da ogni accusa.

A contrastare questo trio, vi è da una parte l’FBI nella persona dell’agente Tom Shaw (Jon Hamm) e la stampa con la giornalista d’assalto Kathy Scruggs. Entrambi, individui senza scrupoli e morale, si presentano come due aguzzini con distintivo e tacchi a spillo, rispettivamente. I due, legati da una tresca fatta di puro piacere sessuale e ben poco rispetto l’uno per l’altra, sono assetati di potere. La loro freddezza risiede tutta nell’atmosfera cupa dei bar in cui si incontrano. Il gioco di ombre di quei locali rispecchia la dissolutezza di due anime malvagie. Se l’agente Shaw, però, dimostra di non essere in grado di redimersi e non riconosce il madornale errore commesso, la Scruggs è devastata da un senso di colpa insostenibile. I due attori Jon Hamm e Olivia Wilde sono belli quanto spietati nelle loro riuscite interpretazioni. Drammatico è scoprire, che la Scruggs muore poco tempo dopo, nel 2001, stroncata da una overdose da morfina a soli 43 anni. Ancora oggi non si sa se si sia trattato di suicidio o morte per evento accidentale.

L’attrice Olivia Wilde che interpreta il ruolo della giornalista investigativa Kathy Scruggs (a destra nella foto). Photo credit sconosciuto.

Il film, costato $45,000,000, girato ad Atlanta tra giugno ed agosto 2019, è un “gioiello” cinematografico, eppure finisce per essere un flop colossale al botteghino arrivando a malapena a $31,000,000. Si possono addurre motivazioni, che riguardano la produzione, che, dal 2016, ha visto avvicendarsi alla guida del progetto i registi Paul Greengrass, David O. Russell, Ezra Edelman e infine Clint Eastwood. Si può ipotizzare un certo timore nell’associare il proprio nome ad un film, che ritrae un fatto deprecabile in tutti i sensi e da tutte le angolazioni.

L’insuccesso del film non si spiega è di quelli da non credere davanti ad una sequenza capolavoro come quella del montaggio parallelo tra il record ottenuto nella gara dei 200m piani dallo sprinter Michael Duane Johnson e la sequenza in cui Bryant, accompagnato dalla sua assistente Nadya (Nina Arianda), calcola la tempistica e la distanza degli eventuali spostamenti di un Jewell colpevole. Sei minuti separano il sito della bomba e dalla cabina, da cui parte la telefonata anonima quella sera. Diciannove secondi e trentadue centesimi separano, invece, Johnson dai blocchi di partenza al traguardo. In entrambi i casi, il tempo del cronometro lascia a bocca aperta, ma per motivi diversi. Jewell è innocente e Johnson è campione del mondo. Due risultati da non credere.

Il trailer italiano

La scheda del film

Titolo: Richard Jewell 

Regista: Clint Eastwood

Genere: drammatico, biografico

Sceneggiatori: Billy Ray

Cast: Paul Walter Hauser, Sam Rockwell, Kathy Bates, Jon Hamm e Olivia Wilde.

Produttore: Clint Eastwood, Tim Moore, Jessica Meier, Kevin Misher, Leonardo DiCaprio, Jennifer Davisson e Jonah Hill

Fotografia: Yves Belanger

Montaggio: Joel Cox

Musiche: Arturo Sandoval

Scenografia: Kevin Ishioka

Casa di produzione: Malpaso Productions, Appian Way Productions, Misher Films e 75 Year Plan Productions

Distributore (film in italiano): Warner Bros. Pictures

Paese: Stati Uniti

Anno: 2019

Durata: 129 minuti

Data di uscita: Il film è stato proiettato in anteprima all’AFI Fest il 20 novembre 2019. E’ uscito nelle sale americane il 13 dicembre 2019. In Italia, il film è stato distribuito il 16 gennaio 2020.

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