Oprah Winfrey non produrrà il documentario che accusa Russell Simmons.

E’ di poche ore la rivelazione che Russell Simmons, magnate dell’industria discografica hip hop ed imprenditore nel settore della moda e dell’intrattenimento da decenni, abbia tentato di bloccare il sostegno di Oprah Winfrey al documentario di Amy Ziering e Kirby Dick On the Record (2020), in cui una serie di donne lo accusa di condotta inappropriata, violenza sessuale e stupro.

Da sinistra Richard Simmons e Oprah Winfrey.

La stessa Winfrey ha dichiarato a The New York Times“Mi ha contattata diverse volte facendomi pressioni.” Con una serie di insistenti messaggi e telefonate, l’uomo le chiede chiaramente di rinunciare volontariamente al suo ruolo di produttore esecutivo del film. La Winfrey, amica di lunga data di Simmons, da cui aveva già preso le distanze nel 2017, quando questi era stato accusato di violenza sessuale e stupro da parte di più di una dozzina di donne, rifiuta le pressioni dell’uomo. Ma tra dicembre 2019 e gennaio 2020, scoppia il caso.

Oprah Winfrey decide di ritirare il proprio sostegno al film, che viene, così, rimosso dalla lista di programmi della neonata piattaforma Apple TV Plus. La notizia è di quelle incredibili visti gli “attori” coinvolti. Per questo, è necessaria una chiara ricostruzione dei fatti.

CUPERTINO, CA – 25 Marzo 2019: Oprah Winfrey interviene al Steve Jobs Theater ad Apple Park per il lancio della nuova piattaforma streaming Apple TV Plus. (Photo Credit di Michael Short/Getty Images).

Cos’è On the Record?

Il documentario On the Record doveva essere il primo di una serie di film sulle molestie e la violenza sessuale nei confronti delle donne sul posto di lavoro, a cui Amy Ziering e Kirby Dick avrebbero lavorato assieme ad Oprah Winfrey.

Da sinistra Kirby Dick ed Amy Ziering, i registi del documentario On the Record. Photo Credit: Nicholas Hunt/Getty Images For Netflix.

I due registi erano stati presentati alla Winfrey dal produttore Dan Logan della Impact Partners, in quanto creatori di documentari di qualità, tra cui The Invisible War (2012) e The Hunting Ground(2015), che trattano il dramma degli abusi sessuali, rispettivamente nell’esercito e nelle università americane.

In quella che, ad oggi, è stata battezzata l’era del #MeToo, per i due registi, una partnership con Oprah Winfrey, il modello di moralità americana per antonomasia, anche essa in passato vittima di abusi, e la disponibilità di Apple TV Plus a diventare distributore del film, avrebbe significato una totale difesa dei contenuti della pellicola e piena consacrazione del lavoro di questi due documentaristi di razza.

La produzione del film

I registi e la produttrice iniziano a collaborare nel febbraio 2019. Nell’arco dell’intera produzione, numerose sono le mail e le telefonate in cui i tre si scambiano commenti e consigli a seguito della visione del girato.

Improvvisamente, però, a dicembre la produttrice mette in pausa il progetto. Dice di non considerarlo pronto per essere presentato al Sundance Film Festival a fine gennaio 2020. Secondo lei, il film ha bisogno di una analisi più approfondita del contesto culturale, della misoginia e della dissolutezza dell’industria musicale al momento delle violenze. I due registi si dichiarano sorpresi dal momento che ad ottobre la produttrice stessa aveva dato il proprio benestare all’invio del film al Festival di Park City, dove il film viene selezionato e subito inserito nel programma della manifestazione.

A seguito dell’ammissione al Festival, il 3 dicembre 2019, la produzione emana un comunicato in cui si dice che il film è “una scrupolosa analisi del rapporto tra razza, genere e classe e del prezzo pagato dalle vittime di violenza nonché dalla società”. Il comunicato parla chiaro. Vi è, da parte di tutti, comunione di intenti e soddisfazione per il prodotto realizzato.

I problemi giungono il giorno successivo, quando, con la pubblicazione del programma del Festival, per la prima volta, la stampa associa il nome di Russell Simmons alle violenze raccontate nel film. L’accusato è lui.

A stretto giro di posta, Winfrey riceve telefonate e messaggi, e non solo da parte di Simmons. Una telefonata, in particolare, fattale da una persona, da lei definita, fidata, insinua in Oprah il dubbio sulla veridicità della storia della principale accusatrice di Simmons, Drew Dixon.

Drew Dixon, la principale accusatrice di Russell Simmons.

Chi è Drew Dixon?

Nel 1995, Drew Dixon è una ventiquattrenne aspirante produttrice di musica hip hop. Assunta alla Def Jam Recordings di Russell Simmons, qui, secondo le sue accuse, è oggetto di violenza sessuale proprio da parte del suo capo. La donna denuncia pubblicamente la violenza subita al The Times solo nel 2017, allo scoppio degli scandali ad Hollywood, che portano alla creazione del movimento #MeToo.

Oprah Winfrey si tutela.

Per verificare la veridicità delle accuse, la produttrice richiede ai registi una timeline dettagliata degli eventi denunciati nel film. I registi ottemperano a tali richieste il giorno successivo. Seppur credendo alla Dixon, secondo la Winfrey, il film deve essere ritirato dal Festival per poter riconsiderare e ri-montare la pellicola. 

I due registi, sicuri del loro lavoro, frutto di ricerche e sostanziosa raccolta di materiale a garanzia delle violenze denunciate, si rifiutano. “La nostra esperienza in materia”, dicono i due, “ci ha insegnato che modificare i piani di distribuzione di un film già annunciato, che tratta questo tipo di argomenti, non è una buona idea. Ritirare il film dal Sundance suggerirebbe la poca credibilità delle donne, che appaiono nel film”. Niente di più vero.

Drew Dixon in una scena del film On the Record. Photo Credit: Omar Mullick/Sundance Institute

L’allora ancora produttrice è convinta, che ci siano delle incongruenze nel racconto della Dixon e che il film non le metta adeguatamente in luce. In cerca di un parere esperto, la Winfrey invia la pellicola all’amica Ava DuVernay, già regista del celebrato dramma storico La strada per la Libertà – Selma (2014) e della miniserie drammatica di successo When They See Us (2019). DuVernay conferma le preoccupazioni della Winfrey.

L’ultimatum di Oprah.

Il 18 dicembre la Winfrey dà un ultimatum ai registi. Invia loro una lista di modifiche, che ritiene necessarie per poter continuare ad operare nel ruolo di produttrice esecutiva del film. Secondo The New York Times, i registi conducono ulteriori interviste con degli esperti per catturare e veicolare un senso preciso del contesto storico e far comprendere, così, al pubblico il livello di misoginia presente al tempo nel mondo hip hop. L’ultima versione del film è inviata alla Winfrey l’8 gennaio 2020. La produttrice non ne è soddisfatta.

Il film ri-montato, con nuove sequenze tra cui ben cinque nuove testimonianze, presenta, però, un punto di vista altamente colpevolizzante. Ma Russell Simmons, ad oggi, non è mai stato incriminato per alcuna delle violenze sessuali di cui è accusato. Il 10 gennaio, Oprah Winfrey annuncia il proprio ritiro dal progetto. “Credo che il film arrechi danno alle donne e alle loro storie, ridotte ad un montaggio di stralci sonori, che ne minimizzano l’importanza”, dichiara la donna.

La reazione delle presunte vittime.

Da sinistra, Russell Simmons e alcune delle sue accusatrici.

Drew Dixon, assieme alle altre accusatrici di Simmons, si sentono tradite e sconvolte per la decisione della donna. “E’ come essere vittima di un secondo crimine”, dice Dixon. “Non mi è concesso di parlare. La comunità è soggetta ad intimidazione. La donna di colore più potente al mondo è stata intimidita.” Accuse pesanti queste a cui né Simmons, né Apple TV Plus rispondono. La Winfrey nega che Simmons abbia avuto un peso sulla sua definitiva presa di posizione.

Il film, a questo punto, è senza distributore, ma sarà comunque presentato al Sundance Film Festival, come programmato in origine. La premiere si terrà il 25 gennaio al MARC Theater di Park City nello Utah. Sarà la United Talent Agency a proporre il documentario a possibili acquirenti.

Fonte: The New York Times.

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