Bad Poems (Gábor Reisz, 2018): il cinema ungherese in gran spolvero

Alla 36a edizione del Torino Film Festival, il cinema ungherese riscuote una valanga di applausi. Il regista e sceneggiatore, nonché attore Gábor Reisz, già vincitore dell’edizione 2014 del Festival  con For some inexplicable reason, ha scritto, diretto ed interpretato proprio un bel “prodotto” da festival. La triste realtà, purtroppo, però, è che tale è destinato a restare, pur essendo, Bad Poems, una pellicola di altissima qualità.

La conferenza stampa di Bad Poems con il regista e attore Gábor Reisz. A destra, il giornalista Enrico Magrelli. Photo credit: sconosciuto

Tamás Merthner (Gábor Reisz) è un trentatreenne ungherese, che è appena stato lasciato dalla fidanzata, Anna (Katica Nagy). Fino ad ora, la coppia ha vissuto assieme a Parigi, dove lei ha una borsa di studio. Rimasto solo in una Parigi celebrata da piani lunghissimi, in cui la Cattedrale di Notre Dame la fa da padrona, non gli resta che tornare a Budapest dai genitori. Non è triste, ma confuso. Solo un lungo flashback di ricordi e desideri, in cui Anna va e viene in una sorta di danza macabra ripetendo sempre la stessa parola Szia (ciao in ungherese), è la medicina che gli allevia il senso di perdita.

Nella casa paterna, piena zeppa di discorsi banali, però, in cui non si sente il benvenuto, ma un peso, nessuno ascolta e tutti parlano del nulla. Tamás, sorgente di pensieri e sentimenti complessi, prende le distanze dai parenti più prossimi. L’isolamento diventa suo intimo amico. E ne ha bisogno per difendersi dalla realtà grottesca degli adulti. L’unica, o forse no, a capire e a sostenere il giovane, è Vali (Lili Monori), la zia materna. Senza fare troppi complimenti e smancerie, dimostra di apprezzare i molteplici talenti del Tamás adolescente. Vali rimane comunque figura presente nella psiche del giovane, anche da morta. C’è anche qualcun altro che legge l’unicità del giovane. Questa persona è tutta da scoprire ed ammirare per la propria incompresa semplicità.

Tamás, assieme ai suoi sé. Photo credit: sconosciuto

Nella realtà ungherese, Tamás è un pesce fuor d’acqua. Lo è sempre stato. Ma se ne rende veramente conto solo quando, cercando di capire il dolore per la perdita dell’amore, riesuma sprazzi di vita vissuta da un se stesso bambino, ragazzino ed adolescente. Così rievocando la pittura, gli allenamenti di pallanuoto, le poesie d’amore rimaste in un cassetto e tristemente mai pubblicate sulle pagine di un giornale e una lunga schiera di ragazze in piena pubertà, Tamás si addentra nel vortice noir della regressione psicologica, in cui si tuffa immortalato con una continuity editing geniale. Torna ad un passato ingordo di traumi, che non vuole digerire. E di fronte a questi tre diverse versioni di sé rivive ogni shock, uno dopo l’altro. Rivivendo questi momenti, è miope. Ed arriva a considera i suoi tre sé e quindi se stesso, degli sfigati senza speranza. Per Tamás, questo è un pugno nello stomaco. E per nulla metaforico.

Tamás, da ragazzino, nascosto nei copertoni della prima esperienza sessuale. Photo credit: sconosciuto

Il ritorno al passato è celebrato con una sensazionale sequenza, in cui, lui ed i suoi amici ad una festa, giocano ruotando una bottiglia nella speranza di riuscire a baciare il bello o la bella di turno e vantarsi di mini dettagli scabrosi. Il regista si supera, quando per raccontare questo indelebile evento utilizza la vera natura del cinema. I colori dei fotogrammi degli 8 mm di pellicola sgranati brillano verità. Le ragazze sono come le “grazie danzanti” attorno a Venere nella Primavera del Botticelli. Nel turbine di baci, che Tamás dispensa nella sua adolescenza a scuola, le grazie sono sorprendentemente poche, ma le “veneri” sono tante, pure troppe. A questo punto, una vale l’altra. Nessuna è degna di essere ricordata, neppure Anna, ora accoppiata ad un certo Henri. Si dissolve quindi quel “diktat,” che gli aveva impartito la zia, per cui “l’amore è un miracolo che dura per sempre”. Ma quando mai!

Il regista Gábor Reisz interpreta Tamás. Photo Credit: © Bence Szemerey

Tamás, di mestiere fa il pubblicitario, ma non ne va fiero. Non trova soddisfazione nel suo lavoro, che considera terreno fertile per il diffondersi del virus della propaganda. Ha in ballo un contratto importante, che potrebbe cambiargli la vita. Deve dirigere la campagna pubblicitaria di una azienda, che vende petti di pollo. Questo ingaggio gli serve per vivere e progettare il proprio futuro, ma questo contratto prevede l’accettazione di compromessi, tra cui plasmare gli altri da sé. Tamás ha spesso sbattuto la capoccia contro la violenza di questo tipo di comunicazione, specie da adolescente a differenza del popolo ungherese che sembra voler accettare la prigione del pensiero. Reisz esplicita la lotta contro la propaganda politica e commerciale in una sequenza dolorosa fatta di colpi di testa. Ahi!

E’ proprio la comunicazione alternativa, che il regista esplora. Come si comunica? Solo con il linguaggio? E cos’è il linguaggio? Ne esiste uno solo? Come si palesa? Solo in modo verbale e gestuale? E cosa vuol dire ascoltare? Capire? Reisz veicola il concetto che nulla è incomprensibile, neppure la più indecifrabile delle parole o dei comportamenti, a meno che una barriera, concreta o astratta che sia, si frapponga tra gli interlocutori e comunicare diventa deforme. Se, però, quella barriera si tramuta in una porta bianca che, seppur scassata, è lasciata aperta, allora…Hecikuma. E ci siamo capiti.

Tamás suona con gli amici. Sì in una stanza stracolma di polli. Photo credit: sconosciuto

Tamás non riesce a farsi capire neanche dagli amici di una vita, con i quali aveva fondato, molti anni prima, una piccola band. La musica avrebbe potuto essere il loro modo di comunicare, ma così non è. Oggi, come allora, lui e loro sono uomini, che bevono ai tavoli di un locale sgangherato, molto simile a quello in cui si esibivano davanti ad un pubblico inspiegabilmente tollerante cantando e ricantando la stessa cover dei Nirvana, massacrandola senza pietà e senza neppure accorgersene. Eppure la musica sa parlare in mille modi, anche tra una stonatura e l’altra. E Tamás lo sa.

Il piccolo Tamás. Photo Credit: sconosciuto

Da questo intricato mondo di relazioni insussistenti, in cui spazio e tempo sono relativi, egli scopre la soluzione adatta per lui. La trova all’altro capo di un telefono rigorosamente rosso scintillante e, disteso in un campo di lavanda profumata coltivata dentro e fuori la sua confort zone, il ragazzo trova la pace pur vivendo in una società in cui non si riconoscerà mai.

Trailer originale

Scheda del film

Titolo: Bad Poems (titolo originale: Rossz Versek)

Regista: Gábor Reisz

Genere: drammatico

Sceneggiatori: Gábor Reisz

Cast: Gábor Reisz, Katica Nagy, Zsolt Kovács, Lili Monori, Katalin Takács e Donát Seres

Produttore:  Júlia Berkes

Fotografia: Dániel Bálint e Kristóf Becsey

Montaggio: Zsófia Tálas

Musiche: András Kálmán, Gábor Reisz, András Koroknay e Lóránt Csorba

Casa di produzione: Films du Balibari e Proton Cinema

Paese: Ungheria

Anno: 2018

Durata: 96 minuti

Data di uscita: anteprima al Torino Film Festival il 28 novembre 2018

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