Francesca Bertini: La diva italiana del cinema muto

Intervista all’attrice Francesca Bertini. Immagine dal documentario, La Donna che Inventò la Diva, trasmesso da RaiStoria.

L’ultimo giorno de Le Giornate del Cinema Muto edizione 2018 a Pordenone, per la serie Riscoperte e sezione Ritratti, è stato dedicato alla diva italiana del cinema muto Francesca Bertini, nome d’arte di Elena Seracini Vitiello (1892-1985). Il divismo dell’attrice è stato presentato alla platea con La Donna che Inventò la Diva, intervista di 22 minuti, realizzata nel 1968 da Maria Grazia Giovanelli e poi trasmessa da RaiStoria.

Capigliatura cotonata, gioielli unici, abito lungo impreziosito e scintillante, stola di pelliccia bianca accuratamente appoggiata sulle spalle, una rosa tra le mani e posa da diva consumata, così si presentava Francesca Bertini davanti alla troupe giunta per intervistarla. La critica la definiva bella, ma l’avvenenza non fu mai la sua dote principale, quanto invece la sua capacità di comprendere da subito il cinema. “Il cinema di allora era classicismo, divino per estetica.” Con orgoglio rievocava gli apprezzamenti dell’attrice di teatro Eleonora Duse (1858-1924) alle sue interpretazioni definite impareggiabili, tant’è che fu coniato il verbo bertineggiare per definire un gesticolare caratterizzato da disperazione plateale.

Francesca Bertini in Fedora diretto da Giuseppe De Liguoro e Gustavo Serena nel 1916. Photo credit: sconosciuto.

Cenni sulla carriera da attrice

Francesca Bertini esordì in una compagnia teatrale napoletana introdotta dalla madre, già attrice di prosa. Il teatro, però, non poteva diventare il suo palcoscenico, vista la voce gutturale, che strideva con l’immagine che la diva rifletteva di sé. Anche per questo, forse, la sua carriera finì pochi anni prima dell’avvento del cinema sonoro, fatta eccezione per qualche sfortunata incursione.

Dopo aver recitato in una serie di cortometraggi di scarso rilievo, la carriera dell’attrice si era avviata su una buona strada, quando ingaggiata dalla Film d’Arte Italiana, recitò ne Il Trovatore (Louis J. Gasnier, 1910). Tra il 1912 e il 1914, prese parte ad una serie di pellicole realizzate dalla Celio Films a Roma. La sua interpretazione della maschera timida in Histoire d’un Pierrot (Baldassarre Neuroni, 1914) confermò il suo talento, ma la consacrazione arrivò con i drammi Assunta Spina (Francesca Bertini e  Gustavo Serena, 1915) e Fedora (Giuseppe de Liguoro e Gustavo Serena, 1916), prodotti dalla Ceasar Film. Innumerevoli furono i successi cinematografici, che continuarono, poi, sui set della Bertini Film, la sua casa di produzione. Intramontabile è l’interpretazione di Daria Oblosky nel dramma La Piovra diretta da Edoardo Bencivenga nel 1919.

Gli attori Francesca Bertini e Amleto Novelli nei ruoli rispettivamente di Daria Oblosky e Petrovich in La Piovra (Edoardo Bencivenga, 1919). Photo credit: Getty Images, Alinari Archive.

Il mito

Il mito della Bertini era nutrito da una capacità decisionale travolgente. L’attrice prendeva da sola tutte le decisioni. Dalla scelta degli abiti, spesso ispirati a quelli sfarzosi dell’attrice teatrale francese Sarah Bernhardt, del cast, delle sceneggiature fino alla regia, l’attrice imperava per carattere stile, capacità direttive e talento. I contratti milionari fioccavano e, tra il 1918 al 1921, la Bertini era, assieme al tenore Enrico Caruso, l’attrice più pagata al mondo. Questo tipo di riconoscimento rappresentava un vanto per lei, che era l’incarnazione della fierezza femminile.

Un senso di mistero aleggiava attorno alla diva. La stessa attrice lo alimentava sostenendo che ogni diva doveva rimanere isolata per quanta fanmail potesse ricevere. Dopo tutto quella era la Belle époque, l’epoca della gentilezza, ma soprattutto delle distanze. Non c’è intervista, foto o film, che riveli la vera natura della donna. L’attrice recitava, sempre, anche fuori dal set. Non abbandonava mai la maschera cinematografica del divismo femminile di inizio del XX secolo. Eloquente fu il cortometraggio, lungi da avere un taglio documentaristico, La Giornata tipo di una Diva. La pellicola ritraeva ogni attimo della quotidianità della Bertini, dalla sveglia all’arrivo sul set, dove vigeva la “legge bertiniana.” “Lavoravo in studio dalle 6:00 del mattino alle 21:00 di sera,” sosteneva l’attrice nascondendo, però, qualche capriccio di troppo rivelato invece dal cortometraggio.

Il matrimonio e la maternità

Francesca Bertini con il figlio Jean Benedict Cartier sulla spiaggia di Neuilly-sur-Seine nel 1929. Photo credit: sconosciuto.

L’autobiografia romanzata, Il Resto non Conta (1968), fu un elogio alla sua natura divistica, che non abbandonò neanche quando, nel 1921, sposò colui che lei definiva il Conte Alfred Cartier (1882-1959), nato Paolo Alfredo Cartier. In realtà, il marito, uno svizzero, pare non aver mai avuto nobili natali. Era stato un calciatore, che aveva militato come difensore prima nel Milan e poi nel Genoa tra il 1902 e il 1906. Lasciata la carriera calcistica, aveva fatto enorme fortuna come banchiere. Il glamour dell’attrice necessitava, però, di un’identità “ripulita” per il marito.

Il matrimonio e la nascita del figlio Jean Benedict sanzionarono la fine della sua carriera al cinematografo, nonostante la firma per un contratto da un milione di dollari con la FOX Film Corporation, che l’avrebbe portata ad Hollywood. “Avevo firmato il contratto con la Fox nella mia villa sulla via Nomentana,” precisava. Ma il marito non le consentì di proseguire la carriera. Quella era un’epoca in cui regnava il patriarcato e la donna aveva il dovere di restare a casa e dipendere economicamente dal marito.

 

Il privato tra bugie e misteri

Aveva girato più di cento film in dieci anni. Questi film sono le uniche tappe, che consentono di ricostruire in modo veritiero la vita professionale della diva. Come si diceva, infatti, mistero e leggenda hanno sempre caratterizzato la sua biografia. Molte furono le bugie dispensate sul suo privato. “Perché avrei dovuto dire la verità? Perché avrei dovuto dire agli altri i miei affari privati?” Affermazione più che legittima la sua.

Persino le sue origini furono oggetto di controversia e discussione. C’è chi sosteneva che fosse nata a Prato, chi che fosse senese o lucchese e provenisse da una famiglia borghese. Per questo non si comprendono le motivazioni per cui fosse stata adottata dal trovarobe napoletano Arturo Vitiello e dall’attrice fiorentina Adelaide Frataglioni. Non stupisce che uno dei capitoli della sua autobiografia rechi proprio il titolo Un caos totale.

Per questo motivo, è noto che i racconti dell’attrice sulla sua vita privata fossero sempre stati conditi da innumerevoli bugie. Non ultima la predilezione per i titoli nobiliari, come già menzionato. Anche la relazione con il marito, sempre definito da lei l’amore della sua vita, a cui rimase sposata fino alla morte di questi, è stata oggetto di illazioni rivelatesi infondate.

Primo piano dell’attrice Francesca Bertini. Photo credit: sconosciuto.

Nell’Italia giolittiana, pervasa dal decadentista spirito dannunziano, Francesca Bertini è stata la diva incontrastata dell’italianità nel cinema muto. Ha spianato la strada a personalità femminili di un’epoca in cui non sempre eleganza e savoir faire andavano di pari passo con il talento. Ma a lei risultava facile. Le bastava accendere un fiammifero, attendere che si consumasse, raccoglierne i resti su un piattino e con delicatezza stendere la polvere nera con le dita sulle palpebre per realizzare un trucco drammatico che innescava tutta la tragicità del suo volto e della sua passione sul set.

Film completo, Assunta Spina (73′, 1915)

Questa edizione è stata ricavata da un positivo nitrato d’epoca, colorato recante didascalie originali della Ceasar Film in lingua portoghese. Fu conservato dalla Cinemateca Brasileira di San Paolo con il titolo Sangue Napolitano. La pellicola è stata poi tratta dal negativo originale negli anni ’60, che era, però, priva di didascalie e conservata alla Cineteca Italiana di Milano. Il restauro della pellicola è stato realizzato da L’Immagine Ritrovata di Bologna nel 1993. L’accompagnamento musicale al film è di Guido Sodo e François Laurent.



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