BlacKkKlansman (Spike Lee, 2018), in odore di Oscar. L’analisi del film

Da molti anni, ormai, il cinema sforna sempre meno storie inedite a favore di trasposizioni cinematografiche di eventi realmente accaduti. L’illusione di poter superare la frizione tra finzione e realtà è purtroppo un anatema, perché i due sono inconciliabili. Non esiste un’area grigia. Ciò che è reale, non è finzione e viceversa. Come risultato, non si tratta di adattare la realtà al cinema, quanto di mettere il cinema al servizio della realtà. Il regista Spike Lee adotta questo approccio per presentare i fatti avvenuti nel 1972 a Colorado Springs, CO nel suo ultimo film, BlacKkKlansman.

John David Washington nel ruolo di Ron Stallworth (a destra) e Adam Driver nel ruolo del collega bianco infiltrato nel Ku Klux Klan.

1972: Gli eventi di Colorado Springs, CO

Nel 1972, Ron Stallworth, primo poliziotto afroamericano del Dipartimento di Polizia della città di Colorado Springs, è promosso ad agente sotto copertura. Contatta il responsabile locale del Klu Klux Klan (KKK) e, parlando al telefono con questi, si finge nemico giurato di afroamericani ed ebrei. Il KKK era e, purtroppo, è un’organizzazione segreta di estrema destra nata negli  Stati Uniti nell’800, volta a preservare, difendere e far progredire la superiore razza bianca, come la definiscono loro. Con astuzia, attraverso telefonate fiume, Ron instaura un rapporto con l'”organizzazione” (non il klan, come gli viene spiegato) e, in particolare modo, con il Gran Maestro e Direttore Nazionale, David Duke. Stallworth riesce a gabbare Duke e tutti i suoi adepti inducendoli a credere di condividere la loro malsana ideologia basata sul razzismo, l’antisemitismo e l’omofobia.

Nel tempo, però, vi è la necessità di incontrare di persona i membri del cantone locale per non far saltare la copertura e l’intera indagine. Ron propone, quindi, ad un collega bianco di sostituirlo durante gli incontri con il gruppo razzista. Il collega (di cui non è mai stata svelata la vera identità per ovvi motivi) “recita” la parte in modo convincente. Nel film, egli è il detective Philip “Flip” Zimmerman, tipico nome ebreo. Dettaglio fondamentale questo, perché il “Ron bianco” non lo è nella realtà, ma Spike Lee lo aggiunge per intensificare il dramma e sottolineare che il target del gruppo è ampio.

Durante il periodo in cui l’operazione è in corso, il lavoro di Stallworth e dei suoi colleghi contribuisce a ridurre in modo significativo il numero di atti terroristici perpetrati contro afroamericani ed ebrei negli anni ’70 a Colorado Springs. Tuttavia, giunti all’apice dell’indagine, i vertici della Polizia ordinano a Stallworth e alla sua squadra di porre fine all’inchiesta e di distruggere tutta la documentazione raccolta sul caso adducendo la scusa che il Dipartimento deve tagliare i fondi per questo tipo di operazioni. Stallworth non segue gli ordini e, furtivamente sottrae all’ufficio la cartella con il materiale raccolto nel corso dei mesi. Nel 2014, per sua stessa ammissione in varie interviste, il detective afferma che quei documenti sono stati la base e la fonte per la stesura e pubblicazione del libro di memorie Black Klansman e, di conseguenza, per la realizzazione, nel 2018, del film sotto analizzato.

Da sinistra, Ron Stallworth, detective del distretto di Polizia di Colorado Springs, CO. e John David Washington, l’attore che lo ha impersonato nel film.

Analisi del film. Spoiler alert.

In tutte le interviste televisive concesse dal regista alle emittenti nazionali americane, Lee  racconta che in quinta elementare la scuola aveva fatto vedere alla sua classe il film Via col Vento (Victor Fleming, 1939, titolo originale Gone with the Wind), pellicola che racconta la tormentata storia d’amore tra la bella Rosella O’Hara (Vivien Leigh) e l’affascinante Rett Butler (Clark Gable) vissuta nel contesto della guerra di secessione americana (1861-1865) e degli anni della ricostruzione nella città di Atlanta (GA). Anni più tardi, mentre frequentava il suo primo anno di college nel Dipartimento di Cinema della New York University, dove è ora anche Professore Associato, Lee assiste alla proiezione del film muto La Nascita di una Nazione (D.W. Griffith, 1915, titolo originale The Birth of a Nation), che racconta la contrapposizione tra due famiglie, una nordista ed una sudista nello stesso periodo storico del capolavoro di Fleming. Entrambi i film sono problematici da un punto di vista storico, sociale, razziale e culturale e Lee ricorda che, in nessuno dei due casi, seguì una discussione sulla rappresentazione e sul trattamento riservato agli afroamericani nelle due pellicole. Si sottolinearono solo le tecniche innovative introdotte da D.W. Griffith in termini di cinematografia e montaggio e della struttura narrativa adottata ed adattata da Fleming dall’omonimo romanzo di Margaret Mitchell. E’ per questo motivo che Lee non solo inserisce in BlacKkKlansman sequenze chiave tratte dal film di Griffith, ma inizia il film con la scena da Via col Vento, in cui la telecamera montata su una gru con un movimento composito riprende il piano lungo di una spaesata Rossella O’Hara, che si fa largo tra una infinità di soldati morti e feriti sdraiati a terra lungo i binari della stazione ferroviaria di Atlanta fino a definire un piano lunghissimo (crane shot) in cui emerge la bandiera strappata degli Stati Confederati in primo piano, mentre sventola sotto il sole cocente.

Lo stacco dai colori accesi di Via col Vento al bianco e nero inquinati da filtri color pastello del piano medio frontale di Kennebrew (!) Beauregard (Alec Baldwin), teorico segregazionista, che fomenta l’odio nei confronti di ebrei ed afroamericani accusandoli di aver trasformato l’America in una un paese “bastardo,” sciocca la platea. Davanti al proiettore, mentre le immagini di La Nascita di una Nazione scorrono sullo sfondo, le parole di Beauregard assumono tono violento nella loro scelta e ripetitività. “Avevamo una vita,” ripete tre volte, mentre il suo viso è surclassato da parole d’odio scritte in bianco su fondo nero, definendo così anche visivamente la supremazia bianca. In altre parole, Lee utilizza il linguaggio scritto, vocale e immaginifico per spiegare come l’indottrinamento di alcune frange del popolo americano abbia portato alla nascita del razzismo, e al suo perpetuo infiltrarsi nell’America di ieri e di oggi. Nel film, anche il rosso è preponderante. Diventa il leitmotif dell’intero film. Il drammatico rosso di abiti, veicoli e luci diventa la tinta preferita da Ron e Flip per provocare e mettere alla prova la rabbia dei bianchi, senza per questo diventare matador all’interno di una arena americana gremita da “furie rosse.”

Punto di vista di Ron Stallworth (point of view shot), mentre il Capo della Polizia Bridges (Robert John Burke) e Mr. Turrentine (Isiah Whitlock Jr.) lo interrogano dopo essersi appena arruolato.

Stallworth si arruola. Il Capo della Polizia Bridges (Robert John Burke) e Mr. Turrentine (Isiah Whitlock Jr.) lo sottopongono ad un accurato interrogatorio per testare l’equilibrio emotivo della recluta davanti a sicure provocazioni che dovrà affrontare durante il servizio attivo. Ron non esita a dire che la soluzione è sempre quella di “porgere l’altra guancia” e confidare profondamente nella legge e nella giustizia. Ansioso di “cambiare il mondo,” si propone come agente sotto copertura, ma non prima di essere assegnato per un periodo di prova negli archivi del Dipartimento. Sarà la flemma e l’audacia da lui dimostrate davanti alla ferocia ed alla aggressività verbale di alcuni poliziotti bianchi, che chiamano i neri “rospi,” che gli valgono la promozione sul campo. Il suo approccio ghandiano alla non-violenza e l’aggressività verbale che Ron simula al telefono, prima con Walter Breachway (Ryan Eggold), presidente del cantone locale dell’organizzazione e poi con David Duke, non si confondono nella sua emotività. Infatti, è la sua capacità di scindere i comportamenti genuini da quelli simulati, che lo rendono credibile sia come detective che come infiltrato.

Stallworth apprende la notizia della sua promozione sulle note di un coro Gospel che intona la canzone Oh Happy Day di Edwin Hawkin Singers preceduta da una serie di piani lunghissimi dell’area della città in cui vive. Lo squillo del telefono interrompe la quiete incontaminata del luogo e il sonno di Ron, appena tornato dal turno di notte.

Il discorso di Stokely Carmichael o Kwame Ture (Corey Hawkins) sul podio organizzato da Patrice Dumas (Laura Harrier) la seconda da sinistra, presidente dell’Unione degli studenti di colore del Colorado College. Foto di David Lee/Focus Features

Il primo incarico di Stallworth è quello di partecipare ad un raduno organizzato da Patrice Dumas (Laura Harrier), Presidente dell’Unione degli studenti neri del Colorado College, a cui interviene Stokely Carmichael (Corey Hawkins), conosciuto poi come Kwame Ture (1941-1998), attivista trinidadiano-statunitense e leader del Comitato per il Coordinamento Studentesco alla Non-violenza, nonché primo ministro onorario del partito delle Pantere Nere. Ron assiste al discorso con addosso un microfono nascosto per tastare il polso della situazione e poi valutare la minaccia degli attivisti neri nella comunità giovanile della città. Kwame Ture predica dal podio indossando una maglia bianca e una giacca nera, quasi a stabilire la supremazia nera su quella bianca in questa occasione. Il discorso racconta l’identità nera attraverso un elogio della bellezza, mentre sullo schermo emergono i primi piani di visi bellissimi dei giovani presenti, per lo più ragazze. I loro volti fluttuano sullo sfondo nero dell’inquadratura, ognuno illuminato da coni di luce bianca, ma tiepida. Tra questi volti c’è anche quello di Ron. La loro bellezza è data dalla diversità e non dallo stereotipo del naso grande piatto, dalle labbra esageratamente carnose o dai capelli crespi tanto urlato dai bianchi. L’accettazione della propria immagine e della propria identità interiore rinsalda il “potere nero” del gruppo, che, è vero, in quell’auditorium inneggia alla rivoluzione contro i bianchi, ma che, alla fin fine, non rappresenta alcun pericolo, secondo quanto Ron relaziona al suo capo, passando così la prova del fuoco.

La vera indagine, per cui Ron Stallworth ha fatto la storia, è avviata su sua iniziativa. Si alza il sipario sul primo piano con visione aerea (bird’s eye view) del telefono nero sulla scrivania di Ron un attimo prima di chiamare al telefono la sede locale del KKK. Lascia un messaggio in segreteria per chiedere informazioni sulle loro attività fornendo ingenuamente le proprie vere generalità. A questo punto, le sfumature della comunicazione rivelano e ridicolizzano in modo sottile i membri dell’organizzazione fino ai suoi vertici. Sono il vocabolario, una particolare inflessione della voce, l’utilizzo o meno del gergo afroamericano sposato ad un particolare accento a dominare il film sino alla fine. Ron, infatti, è in grado di esprimersi con e senza la cadenza dei neri. Il collega Flip, che recita il ruolo del “Ron bianco,” acquisisce la stessa competenza linguistica. Lee esibisce la capacità dei “due Ron” di essere al contempo diversi ed uguali per dimostrare, così, la vacuità del razzismo e della sua ideologia.

Ron e Flip a confronto nell’archivio del Dipartimento.

Per Flip, questa dualità è motivo di confusione. “Per te è una crociata, per me è un lavoro,” dice a Ron nella solitudine di un archivio dall’odore stantio. Non ha ancora compreso che impersonare Ron significa combattere anche per se stesso contro l’ignoranza di coloro che offendono la sua identità di ebreo. Solo quando Flip riesce ad elaborare emotivamente, che non è solo l’indagine e l’etica professionale ad accomunarlo a Stallworth, ma anche una serie di valori morali, abbraccia la crociata del collega riuscendo a tenere testa anche al membro più invasato della “banda”, Felix Kendrickson (Jasper Pääkkönen). Felix è un neonazista con sguardo da pazzo, che nasconde un arsenale di armi nel seminterrato, un poligrafo a cui sottopone tutti i nuovi membri dell’organizzazione e sfrutta la debolezza di Connie, sua moglie, una donna completamente plagiata e devota alla causa.

Felix (Jasper Pääkkönen) sottoporre Flip (Adam Driver) al poligrafo per assicurarsi che il nuovo adepto non sia ebreo.

Le riunioni a casa di Felix o quelle degli studenti neri a casa di Patrice ricordano i convivi di due famiglie, una bianca e una nera. Non è una casualità che in entrambi i contesti le parole fratello, sorella e famiglia siano termini utilizzati in continuazione per definire i rapporti all’interno del proprio gruppo. Tuttavia, se i neri usano queste parole in senso lato, i bianchi aggiungono una connotazione biologica al loro concetto di famiglia allargata. Considerandosi membri di una pura razza ariana, professano il candore della propria stirpe e condannano i matrimoni misti, già resi legittimi nel 12 luglio 1967 dalla Corte Suprema degli Stati Uniti che aveva ribaltato la sentenza di condanna del matrimonio interrazziale tra Richard e Mildred Loving nel 1959 da parte di un tribunale della Virginia.

La furia del gruppo è incanalato nella canna delle pistole e dei fucili che ognuno porta alla cinta sempre pronti ad esplodere qualche colpo. Sono a tutti gli effetti degli squilibrati. Il regista mostra l’instabilità del clan utilizzando piani lunghi inclinati verso destra (canted shot), quando questi si esercita a sparare nei boschi della periferia. La mancanza di simmetria tra la cinematografia e l’oggetto fotografato incarna l’assenza del buon senso e dell’obiettività dei loro discorsi. Quando Ron, in un secondo momento, ispeziona il luogo dell’esercitazione è inquadrato secondo la medesima prospettiva. La realtà è sottosopra fino a quando, camminando sconsolato, un piano lunghissimo rivela il target di quei proiettili, quattro silhouette di giovani afroamericani con labbra prominenti e capigliatura crespa nell’azione di fuggire. Fori di proiettile li “trafiggono” in ogni punto del “corpo.” Nessun colpo è fatale, ma la sofferenza è inimmaginabile, soprattutto per l’occhio di Ron che li guarda senza sentirsi, però, per questo, sconfitto.

Da sinistra David Duke e l’attore Topher Grace che recita nei suoi panni.

Il doloroso contraltare è la follia ed idiozia del KKK che Lee evoca continuamente con le figure di Felix e Ivanohe (Paul Walter Hauser). Il discorso si amplia e supera i confini di Colorado Springs, quando David Duke diventa lo zimbello dell’operazione ed è deriso dall’intero dipartimento, che origlia divertito le telefonate dei due con la subdola complicità di Ron. Duke è un individuo senza spina dorsale e tale è anche la dottrina che diffonde. La realtà si tramuta in farsa quando Ron è assegnato alla scorta personale dell’uomo in visita dalla Louisiana per eseguire l’iniziazione del “Ron bianco.” Tuttavia, il pericolo non è Duke, un fantoccio in mano a tanti, quanto i pazzi lucidi dell’organizzazione.

Il rito di iniziazione del “Ron bianco” celebrato da David Duke (Topher Grace).

La ridicolaggine della cerimonia di iniziazione si alterna (crosscutting) al racconto di un esempio di inaudita violenza accaduto nel 1916 a Waco, TX, ai danni di un diciassettenne afroamericano, Jesse Washington. Il giovane, accusato dello stupro di una ragazza bianca, Lucy Freyer, è condannato e subito linciato dalla folla assetata di sangue assiepata all’esterno del tribunale. Nel frattempo, mentre gli incappucciati giurano davanti ad un Maestro che non è tale, il novantunenne Henry Belafonte recita la parte dell’attivista, Jerome Turner. Turner narra con enorme dolore l’orrore di Waco a cui aveva assistito a suo tempo. Lo fa davanti ad una stanza gremita di giovani di colore, che ascoltano ammutoliti. Il corpo accoltellato, castrato, carbonizzato e fatto a pezzi, venduti poi come souvenir, quasi si materializza nella mente dello spettatore, che prova un profondo senso di colpa per coloro che a Waco non avevano difeso Washington. Lo sguardo in macchina di Turner e delle ragazze in piedi dietro alla poltrona in cui egli siede, è spaventoso. La rottura della quarta “parete” (break of the fourth wall) e, quindi, la consapevolezza dell’auto-referenzialità (self-reflexivity) del mezzo cinematografico, rendono palese la macchina da presa è, qui, al pieno servizio della realtà. Ed è proprio questo il momento in cui scoppia letteralmente la bomba.

L’attacco terroristico a Charlottesville, VA, del 12 agosto 2017 in cui muore la giovane attivista Heather Heyer.

Spike Lee scopre le carte e sbatte in faccia al pubblico la vacuità di quello slogan repubblicano tanto utilizzato durante le presidenziali del 2016, ma coniato dal Presidente americano Woodrow Wilson all’inizio del secolo scorso, quindi, molto prima che le porte della Casa Bianca si aprissero per Donald Trump. “America prima” (America first), urlano i suprematisti bianchi inneggiando in modo violento svuotando quell’espressione di principi di democrazia, integrazione, uguaglianza e diritti civili. Le immagini di repertorio di dichiarazioni recenti da parte di Donald Trump e del vero David Duke sono intercalate da quelle della strage di Charlottesville del 12 agosto 2017, dove si assiste alla morte della trentaduenne Heather Heyer falciata con altre persone (19 saranno i feriti) da un’auto lanciata a forte velocità sulla folla. I fatti di quella giornata accadono prima dell’inizio delle riprese del film a settembre, ma Lee sa, dopo aver visto i telegiornali, che il richiamo a quella strage sarebbe stato la conclusione del suo film. Il regista contatta per rispetto la famiglia e chiede di poter inserire quelle immagini così dolorose nel montaggio della pellicola. L’assenso della madre della giovane all’utilizzo del video trasmesso in loop da mezzo mondo rappresenta una presa di posizione forte ma non violenta, che Lee concretizza con l’espressione Rest in Power nel fermoimmagine della foto della vittima. L’ultima immagine  del film è una bandiera americana rovesciata, che lentamente perde colore fino a diventare solo bianca e nera. L’inquadratura inevitabilmente rimanda al logo che caratterizza House of Cards, serie Netflix, la cui trama è caratterizzata da mani sporche di sangue ed affari sporchi ai vertici del potere a stelle e strisce. Oggi, l’America è associabile all’immagine di un castello di carta, in cui, però, una parte di essa non la considera, nonostante tutto, luogo di odio. Infatti, le ultime parole che campeggiano sullo schermo sono, No place for hate. Appunto.

Trailer

Scheda del film

Titolo: BlacKkKlansman

Regista: Spike Lee

Cast: John David Washington, Adam Driver, Topher Grace, Corey Hawkins, Laura Harrier, Ryan Eggold, Jasper Pääkkönen, Ashlie Atkinson, Michael Buscemi, Paul Walter Hauser, Harry Belafonte, Alec Baldwin

Genere: Drammatico, Biografico

Sceneggiatori: Charlie Wachtel, David Rabinowitz, Kevin Willmott e Spike Lee

Fotografia: Chayse Irvin

Montaggio: Barry Alexander Brown

Produttore: Jason Blum, Spike Lee, Raymond Mansfield, Sean McKittrick, Jordan Peele e Shaun Redick

Casa di produzione: Blumhouse Productions, Monkeypaw Productions, QC Entertainment, 40 Acres and a Mule Filmworks, Legendary Entertainment e Perfect World Pictures

Distribuzione: Focus Features

Paese: USA

Anno: 2018

Durata:  135 minuti

Data di uscita: 14.05.2018, in concorso al Festival di Cannes; 10.08.2018, nelle sale americane; 27.09.2018, nelle sale italiane

Premi: Grand Prix al Festival di Cannes 2018



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