Gotti: Il Primo Padrino – Il fallimento di una certa critica cinematografica

Recensire un film non significa solo guardarlo in silenzio nel chiarore di un cinema, tornare a casa e poi vomitare una serie di critiche negative o accolade di complimenti su una tastiera o davanti ad una telecamera. Significa condurre le dovute ricerche prima o almeno dopo la visione, specie se si tratta di una pellicola che si basa su fatti realmente accaduti. La storia, antica o recente che sia, è storia e va studiata. Altrimenti, si rischia di travisare le ragioni, per cui gli eventi sono accaduti, le loro rappresentazioni sul grande e piccolo schermo, ma, soprattutto, il loro significato. Questo è il caso di Gotti: Il Primo Padrino diretto dal regista e attore Kevin Connolly uscito nelle sale italiane il 13 settembre 2018 e distrutto dalla critica dopo la sua proiezione al Festival di Cannes.

1973 – 1999: Breve storia della famiglia Gambino

Per comprendere il personaggio John Joseph Gotti è necessario conoscere, almeno a grandi linee, la sua storia, come è diventato il capo dei capi e chi faceva parte della sua famiglia criminale.

Nel 1973, Carlo Gambino, boss dell’omonima famiglia con Bonanno, Colombo, Genovese e Lucchese, una delle cinque famiglie mafiose di New York, ingaggia il giovane John Gotti per uccidere il rapitore e assassino di suo nipote Emmanuel, James McBratney. Con l’esecuzione di McBratney, Gotti si guadagna il titolo di uomo d’onore entrando nelle grazie del boss. La pacchia, però, dura poco, perché, alla morte di Gambino, il cognato Paul Castellano cambia registro. Gotti rientra tra le sue antipatie, perché è un uomo che attira indesiderata attenzione sulla famiglia e sulle sue attività. Gotti, con l’approvazione della sua banda e il beneplacito del suo mentore Aniello “Neil” Dellacroce sul letto di morte, organizza il 16 dicembre 1985 un agguato in cui Castellano e il suo guardaspalle Thomas Bilotti sono assassinati. A questo punto, le cinque famiglie di New York nominano Gotti loro capo all’unanimità. Lui è il nuovo boss, fino a quando l’FBI non lo incastra con una serie intercettazioni. E’ il 1992 quando Gotti, il suo consigliere Frank Locascio e il suo braccio destro Salvatore “Sammy” Gravano sono arrestati. Sammy vuota il sacco. Collaborando con l’FBI e aggiudicandosi un posto nel programma di protezione testimoni, di fatto, condanna gli altri due al carcere a vita senza libertà condizionata e in completo isolamento. Negli anni in cui il padre è rinchiuso, John Gotti Jr. fa da reggente fino a quando nel 1999 decide di patteggiare su insistenza della madre. Non ha l’indole del boss. Tutti lo considerano inadatto al ruolo. Così, si autoaccusa di racket ed è condannato a tre anni e mezzo di carcere. Assolto in altri cinque processi, abbandona il clan per stare con la propria famiglia. Il 10 giugno 2002 John Gotti Sr. muore in carcere per un cancro alla gola sapendo che il figlio era fuori da Cosa Nostra.

Trama

L’immagine di John Joseph Gotti ad opera di Andy Warhol su una copertina di Time del 1986.

John Gotti Sr. (1940 – 2002), prima made man e poi boss della famiglia criminale dei Gambino, era conosciuto come The Dapper Don per la ricercatezza ed eleganza dei suoi abiti e The Teflon Don per l'”abilità” a farsi assolvere. Gotti, però, prima di essere un padrino, era marito di Victoria DiGiorgio, sposata nel 1962, e padre di cinque figli Angela, Victoria, John Angelo III, Peter e Frank (deceduto a 12 anni nel 1980, investito, mentre correva con la motoretta di un amico.) Il film esplora la figura di Gotti come marito e padre, ma soprattutto il rapporto con il terzo figlio, John Gotti Jr. L’ascesa al potere e gli atti criminosi del boss fanno solo da contorno. Il rapporto con il figlio è il filo conduttore che delinea, non il percorso di John Gotti Sr., ma di John Gotti Jr., cresciuto all’ombra del padre, prima inquadrato come “soldato” nella “Associazione di Fratelli” e poi boss, fino alla sua “redenzione” e all’uscita dal mondo della criminalità per essere padre devoto a sua volta.

La critica

La maggior parte della critica ha affossato il film di Kevin Connolly accusandolo di essere privo di una struttura narrativa coerente, di basarsi su un montaggio fallimentare fatto di continui flashback e flashforward, che disorientano la platea. E’ definito opera dimenticabile, il peggior film sulla mafia mai fatto fino ad essere equiparato a spazzatura. La carriera di John Travolta, dopo questa performance, è addirittura data per finita. Condannare un film senza possibilità di appello significa, però, non avere il dovuto rispetto per il lavoro di centinaia di persone che dietro alla macchina da presa, a vario titolo, hanno lavorato per quasi dieci anni a questa produzione. Certo, un film può non riuscire, ma disprezzarlo fino a questi livelli, sicuramente sconcerta.

Le informazioni sulla produzione, durata circa dieci anni e scandita da defezioni eccellenti nel cast e da un balletto in cabina di regia a lavori in corso, nonché il battage pubblicitario hanno creato parecchie aspettative, subito deluse, però, visto l’incasso di appena $4,343,227 nei cinema di tutto il mondo per un film costato più del doppio. Vero è che sia il trailer che i poster abbiano fuorviato tutti. ln 95 secondi, il trailer ricostruisce la scalata di un semplice criminale a boss di Cosa Nostra a New York City. Sui due poster campeggiano le scritte “Gotti, un vero padrino americano” e “Ha mostrato al mondo chi è il boss.” L’errore dei distributori americani Vertical Entertainment e MoviePass Ventures e di quello italiano Eagle Pictures è stato quello di vendere il prodotto come un film sulla mafia e su Gotti. Ma Gotti, Il Primo Padrino, non è un mob film, non ha neanche un taglio documentaristico, nonostante l’ampio utilizzo di immagini di repertorio.

John Angelo Gotti e Spencer Lofranco che lo interpreta nel film.

Il film è il racconto della vita di uomo attraverso gli occhi di suo figlio, John Angelo Gotti. Dopo tutto, prima di arrivare al titolo attuale, una delle opzioni considerate era stata Gotti: In the Shadow of My Father. E’ ipotizzabile, quindi, che la scelta definitiva sia stata dettata dal tentativo di giocare sull’altisonanza di un cognome importante e la pregnanza della parola padrino piuttosto che sul vero significato del film. Un passo falso, questo, che ha portato parecchi a definirlo un biopic o gangster movie, quando si tratta di un film drammatico basato su fatti realmente accaduti ad una famiglia nel quartiere di Brooklyn a New York tra gli anni ’70 e i primi anni 2000.

Recensione

Sia John Gotti Jr. che la madre Victoria DiGiorgio hanno agito da consulenti (o consiglieri?) durante la realizzazione del film. La famiglia ha, persino, fornito a John Travolta alcuni capi di abbigliamento di John Gotti Sr., ancora intrisi della colonia dell’uomo, quasi a suggerire che la presenza del boss aleggiava sul set.

John Gotti interpretato da John Travolta durante il processo conclusivo che lo portò al carcere a vita.

I dettagli della produzione vanno sottolineati, perché dimostrano come, volente o nolente, la famiglia Gotti (non Gambino) abbia guidato il ritratto dell’uomo e come Travolta abbia cercato con tutti i mezzi di fornire attraverso la sua interpretazione un’immagine più autentica possibile. Purtroppo, l’attore non vi è riuscito fino in fondo. Il suo Gotti non è molto diverso dal personaggio di Robert Shapiro, avvocato bianco di O.J. Simpson, che ha interpretato nella serie targata American Crime Story nel 2016. L’espressione ingrugnita sempre uguale a se stessa anche nella folle rabbia, il portamento e la raffinatezza degli abiti rendono i due personaggi confondibili. Travolta non ha colto l’occasione di differenziare Gotti neanche nel passo incerto dovuto, nella realtà, ad un incidente accaduto durante il fallimentare furto di una betoniera. L’attore ha, senz’altro, studiato a fondo il personaggio. La genuinità, con cui l’attore racconta le sue ricerche nelle innumerevoli interviste che hanno preceduto l’uscita del film, dimostra la consapevolezza della responsabilità del suo ruolo. E per questo, la sua interpretazione non è disastrosa.

Sarebbe interessante capire come e se Travolta e Spencer Lofranco, nei panni di John Jr., abbiano esplorato ed affrontato i nodi nella relazione tra padre e figlio. Il risultato sul grande schermo suggerisce che le dinamiche familiari siano state indagate e messe a nudo fino ad un certo punto. D’altro canto, però, se ne possono comprendere le ragioni. Questa osservazione, però, è sostanziale se si sostiene che, nel film, Connolly abbia voluto svelare il lato umano di un uomo che ha sofferto per la propria famiglia da solo ed esclusivamente nell’intimità della propria casa. Emblematica è la scena in cui Gotti singhiozza nel cuore della notte e al buio del salotto dopo la perdita del figlio Frankie. In cima alle scale, testimone di questa vulnerabilità vi è proprio il figlio John. Solo lui poteva rivelare questo momento di disperazione e totale umanità del padre.

John Travolta e Spencer Lofranco nei panni di John Gotti Sr. e Jr. in uno dei loro confronti vis-à-vis.

Di sequenze in cui padre e figlio parlano e si confrontano, anche rabbiosamente, l’uno di fronte all’altro se ne perde il conto. Si va dalla discussione iniziale nel carcere di massima sicurezza a Springfield in Missouri, dove Gotti è rinchiuso, durante la quale il figlio informa il padre della sua volontà di uscire da Cosa Nostra alle botte al figlio per la sospensione dalla Accademia di Polizia di West Point dopo una rissa in cui era morto un uomo. In ogni sequenza, il rapporto è raccontato con una fisicità quasi inaudita. Gli abbracci, le pacche sulle spalle, i baci sulle guance, le strette di mano e persino le botte al figlio dimostrano quanto amore ha caratterizzato il rapporto tra i due. Ma la forza del legame sta anche nelle parole di John Jr. pronunciate poco prima del ricevimento per il suo matrimonio con la giovane Kimberly Albanese (Megan Leonard) nel 1990. “Papà, per te mi butterei nel fuoco.”

A differenza di altre rappresentazioni sulla figura del boss, prima fra tutte Gotti: The Rise and Fall of a Real Life Mafia Don, film per la TV diretto da Robert Harmon nel 1996, Gotti: Il Primo Padrino mette in primo piano la famiglia Gotti. E’ l’approccio nei confronti del concetto di famiglia e non di “famiglia,” che rende questa produzione originale e diversa da un genere cinematografico, che ha perso il suo smalto negli ultimi dieci anni dopo il finale insoddisfacente della serie televisiva I Soprano. A conferma di questa tesi vi è la sequenza in cui Gotti, uscendo dal palazzo di giustizia con la moglie al braccio, assolto per l’ennesima volta, alle domande dei giornalisti riguardo alla sua leadership nella famiglia Gambino, risponde di avere già una famiglia. La famiglia Gotti. La sua priorità, almeno nel film.

Trailer

Scheda del film

Titolo: Gotti: Il Primo Padrino

Regista: Kevin Connolly

Cast: John Travolta, Kelly Preston, Stacy Keach, Pruitt Taylor Vince, Spencer Lofranco, Chris Mulkey, Leo Rossi, Jordan Trovillion, William DeMeo, Chris Kerson

Genere: Drammatico

Sceneggiatori: Lem Dobbs e Leo Rossi

Fotografia: Michael Barrett

Montaggio: Jim Flynn

Produttore: Randall Emmett, George Furla, Michael Froch e Marc Fiore

Casa di produzione: Emmett/Furla/Oasis Films, Fiore Films e Highland Film Group

Distribuzione: Vertical Entertainment, MoviePass Ventures in USA e Eagle Pictures in Italia

Paese: USA

Anno: 2018

Durata: 112 minuti

Data di uscita: 15 maggio 2018, presentazione al Festival di Cannes; il 13 settembre 2018 uscita nelle sale italiane

Annunci
 


Categories: Festival, Film, Home

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

error: Content is protected !!
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: