Errol Morris sulla graticola per American Dharma

Attimi di tensione alla conferenza stampa per la prima di American Dharma alla 75a Mostra dell’Arte Cinematografica a VeneziaAmerican Dharma è l’ultimo documentario del regista, giornalista ed investigatore americano Errol Morris, in cui intervista Stephen Bannon, ex stratega politico del Presidente americano Donald Trump durante le elezioni presidenziali del 2016. Bannon fu estromesso dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale dopo soli otto mesi dal giuramento di Trump. Si suppone che i forti attriti tra lui, la “First Daughter,” Ivanka Trump e il “First Son-in-Law”, Jared Kushner siano stati la causa del defenestramento e il successivo suicidio professionale da direttore esecutivo della testata giornalistica conservatrice Breitbar News a seguito delle critiche contro la dinastia Trump in Fire and Fury, libro di Michael Woolf pubblicato quest’anno.

Owen Gleiberman, critico cinematografico di Variety

E’ Owen Gleiberman, critico cinematografico della rivista Variety in trasferta a Venezia, il primo a mettere Morris all’angolo. Una gragnola di domande scomode sembrano mettere il regista al tappeto. Ma Morris  risponde educatamente, a tono, colpo su colpo. “Perché fare il gioco di Steve Bannon dandogli così tanto spazio? Non si vergogna di aver concesso a Bannon una piattaforma così ampia?, chiede Gleiberman. “Rimanere in silenzio non è mai la decisione migliore da prendere. Bisogna cercare di capire i pericoli per poterli evitare in futuro,” ha replicato Morris. “Certo, mi sono trovato in difficoltà e mi sono posto queste domande io stesso.” Ma Gleiberman non ci sta e lo incalza, “Che cosa dovremmo aver imparato dal suo film?” Morris, visibilmente alterato e con tono di voce stavolta perentorio dice, “Forse lei non ha imparato nulla, ma io sì,” se non altro che cosa si intende per American Dharma.

Questa locuzione, inventata da Bannon, racchiude destino, fortuna e dovere, che, secondo lui, sono gli elementi che entrano in gioco quando ci si propone di raggiungere un obiettivo sbaragliando ogni ostacolo sul proprio cammino. Durante l’intervista, egli rivela che questa sua teoria ha trovato ispirazione nel film Cielo di fuoco (1949) di Henry King, in cui l’attore Gregory Peck era un generale inflessibile dell’aviazione americana. Il film di King non è il solo che Bannon cita come influente nella sua formazione politica. Menziona Sentieri Selvaggi (1956) e L’uomo che uccise Liberty Valance (1962) di John Ford, Il ponte sul fiume Kwai (1958) di David Lean e Falstaff (1965) di Orson Welles. Questa riduzione della sua visione politica a prodotto di una cultura basata prettamente sulla finzione inorridisce e lui non se ne accorge nemmeno. Anzi ne va orgoglioso.

Stephen Bannon, ex-stratega politico delle presidenziali 2016 per Donald Trump.

Altri rappresentanti della carta stampata accusano il regista di non aver messo Bannon sufficientemente alla prova, di non aver cercato di scardinare le sue convinzioni e di avergli fatto perdere le staffe, come aveva fatto in The Fog of War (2003), con l’ex Segretario della Difesa Robert S. McNamara. Nel caso di Bannon, il personaggio che emerge è quasi carismatico e affascinante. Ma tra i giornalisti, c’è chi arriva a paragonare Bannon a Satana. E Morris, a questo proposito, riferisce che sua moglie descrive Bannon come il Lucifero di Paradise Lost scritto da John Milton nel 1667, in cui le parole del diavolo recitavano “meglio regnare all’inferno, piuttosto che servire in paradiso.” Il regista è sicuro che il paragone con Lucifero lusingherebbe Bannon, politico spietato, senza scrupoli, spaventoso per la forza delle sue perniciose, apocalittiche e distruttive convinzioni di estrema destra. E’ impressionante come l’immagine di Trump sbiadisca, se messa a confronto.

C’è chi sostiene di aver visto lo stesso Bannon a Venezia. E’ stato visto entrare a proiezione già iniziata da una entrata secondaria, assistere ad American Dharma per un po’ e lasciare la sala prima dei titoli di coda. “Nessuno lo ha invitato,” ammette Morris in conferenza stampa davanti alla imbarazzata delegata della Mostra sul palco, che si affretta a sottolineare che l’invito era solo per il film. C’è da scommettere, però, che questa giustificazione sia stato il maldestro tentativo di negare l’evidenza.

 

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